Festival di Sanremo

Nel 1951 per la prima volta andò in onda il Festival della Canzone Italiana di Sanremo, la manifestazione canora più seguita nel Belpaese che ogni anno incolla alla televisione milioni di spettatori. La sua storia è strettamente correlata a quella del costume in Italia; niente come la musica riesce a misurare le tendenze di un Paese e rappresentare le sue debolezze e i suoi punti di forza.

©panthermedia.net/Peter Eckert

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Quando vinceva Gigliola Cinquetti nel 1964 con “Non ho l’età (Per amarti)” l’Italia di allora era molto diversa da quella che avrebbe incoronato nel 1986 Eros Ramazzotti con “Adesso tu”. Il bon ton degli anni Sessanta veniva scalzato vent’anni dopo dal ragazzo di periferia dalla vita difficile: i tempi cambiavano, la musica cambiava.

E se a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta Domenico Modugno e Claudio Villa si contendevano lo scettro come cantante più premiato del Festival, entrambi ugole d’oro della canzone italiana, negli anni scorsi e quest’anno sono stati le nuove scoperte dei talent scout televisivi a raggiungere il primo posto del Festival di Sanremo: Marco Carta, Valerio Scanu, Emma. Cambiano i tempi, cambia la musica, cambio lo show business.

Da quel palco sono usciti cantanti che si sono saputi poi affermare sia in Italia che all’estero, basti pensare al già citato Eros Ramazzotti nel 1984 con “Terra promessa”, a Laura Pausini che esordì nel 1993 con “La solitudine” o ad Andrea Bocelli nel 1994 con “Il mare calmo della sera”.

Uno show che aldilà delle critiche, che ogni anno accompagnano la manifestazione, racconta sempre qualcosa di diverso, proprio perché così radicato nella cultura televisiva nazionale ne è parte integrante e fedele termometro. Le discussioni sugli interventi dei vari comici o ospiti, la critica alle vallette di turno, colpevoli solo di portare un’ondata di bellezza su un palcoscenico, i testi delle canzoni accusati spesso di essere banali fanno ormai parte dello uno show collettivo.

Insieme per l’ambiente

Il 31 marzo il mondo si è spento per un’ora per il futuro del Pianeta. L’iniziativa, sostenuta dal WWF, ha visto la partecipazione in Italia di quasi 400 Comuni. A Roma si sono spenti Castel Sant’Angelo e la cupola di San Pietro con lo scopo di portare all’attenzione di tutti il problema sempre più urgente e acuto del risparmio energetico e della salvaguardia dell’ambiente.

insieme per l'ambiente

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Accanto a questa fantastica iniziativa, si è svolto a Roma un bellissimo concerto, reso possibile solo grazie al coinvolgimento diretto del pubblico, che tramite la pedalata su 128 biciclette collegate ad una dinamo è riuscita a produrre l’energia necessaria allo spettacolo. Allo spettacolo “green” hanno partecipato anche Nicolò Fabi e la cantante Elisa, la quale ha cantato le sue celebri canzoni “Ray of Light” e “Gli ostacoli del cuore”. Ad aprire il concerto è stato il complesso Tetes de Bois con il grido “Chi pedala, applauda”. Il gruppo musicale è da anni impegnato nel sensibilizzare i cittadini sui temi ambientali mirando ad una diffusione dell’utilizzo della bicicletta e informando sull’impatto nocivo che le auto hanno sull’ambiente. Il gruppo lancia un unico, ma importante messaggio, quello di preferire la bicicletta ad ogni tipo di auto, che sia nuova, usata o un’auto km zero. Da diversi anni il gruppo I Tetes de Bois ha lanciato nel 2010 il disco intitolato proprio “Goodbike”, un album interamente dedicato alla bicicletta. La serata è poi proseguita anche con gli interventi della figlia di Fulco Pratesi, il presidente onorario del WWF in Italia. Lo spettacolo molto suggestivo, durato in tutto 60 minuti, è poi terminato con la lenta e progressiva riaccensione delle luci di Castel Sant’Angelo. La manifestazione ha riscontrato un ottimo successo con un bilancio più che positivo.

“L’altra metà del cielo”

© SCPixBit - Fotolia

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Al teatro della Scala di Milano dal 31 marzo al 13 aprile 2012 si è tenuto il balletto “L’altra metà del cielo”. È stato un  viaggio nell’universo femminile in cui sono state raccontate e descritte tre tipologie di “donna” durante quattro momenti della loro vita (l’adolescenza, la maturità, la crescita e l’abbandono) che hanno segnato il carattere ed il destino delle loro vite.

I tre personaggi protagonisti sono Albachiara, Silvia e Susanna, le tre donne diventate celebri grazie alle indimenticabili canzoni di Vasco, che hanno scritto storia nel mondo della musica italiana. Albachiara è di animo fragile, Silvia rappresenta la ragazza brava e Susanna la donna delusa. Il filo conduttore del balletto sono le 13 canzoni di Vasco, riscritte ad hoc, con l’inserimento di archi orchestrali. Il balletto è infatti accompagnato dalla musica di Vasco Rossi, che è tornato finalmente davanti al pubblico dopo lunghi mesi di malattie, cliniche e recuperi, con questo progetto straordinario. Vasco Rossi ha curato la drammaturgia e messo sul piatto i suoi brani più celebri dagli anni ’70 in poi, arrangiati per orchestra da Celso Valli. Vasco è andato incontro ad un progetto molto coraggioso, in cui la danza classica ha sposato il rock. L’esperimento è riuscito benissimo e i due linguaggi molto lontani tra loro hanno trovato un punto d’incontro rendendo lo spettacolo unico e forte. Da una parte il linguaggio del rock, pieno di energia, fuori dalle regole, che grida le emozioni senza mezze misure, dall’altra parte la danza classica, pura, sinonimo di perfezione e estetica, che racconta le emozioni solo tramite il linguaggio del corpo costretto a seguire principi ferrei.
Per l’occasione è stato anche pubblicato un nuovo album, che si intitola “L’altra metà del cielo”, in cui Vasco ricanta le sue più belle canzoni.

Mogol & Battisti

© kenzo - Fotolia

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Giulio Rapetti Mogol, noto a tutti come Mogol, è un paroliere italiano, che diede vita a tante canzoni di successo della musica italiana. Soprattutto è ricordato per il duraturo e fortunato sodalizio con il cantante Lucio Battisti.

Il suo contributo alla musica italiana però andò ancora molto oltre scrivendo testi per Caterina Caselli (“Perdono”, “Cento giorni”, “Sono bugiarda”, “Il volto della vita”), Gianni Morandi (“Canzoni stonate”) e tanti altri. Giulio Rapetti iniziò sin da giovane a lavorare nel campo della musica come addetto alla pubblicizzazione delle edizioni nella Ricordi Radio Record. Egli iniziò anche in quegli anni l’attività di “paroliere”. Nel 1961, già all’età di 25 anni, vinse per la prima volta al Festival di Sanremo con la canzone “Al di là”, interpretata da Luciano Tajoli e Betty Curtis. Ritornò poi al Festival  nel 1964 con la canzone interpretata da Bobby Solo, “Una lacrima sul viso”, brano che ottenne un clamoroso successo. L’anno dopo poi ci fu l’incontro con Lucio Battisti, un incontro chiave che segnò la sua carriera. Mogol contribuì ai primi grandi successi di Battisti, che al momento del loro incontro era solo un semplice chitarrista di un gruppo musicale a Poggio Bustone. Il primo grande risultato della storica collaborazione, che durò fino al 1980, fu “29 settembre”, canzone che Mogol dedicò a sua moglie Serenella per il giorno del suo compleanno e che venne interpretata dal gruppo Equipe 84.

Nel 1966 Mogol riuscì a convincere Lucio Battisti a cantare da sé le canzoni. Così a partire da quegli anni Battisti iniziò la sua carriera da cantante con la sua prima ed ultima partecipazione al Festival di Sanremo con il brano “Un’avventura”. Il brano si posizionò solo al nono posto della classifica finale con appena 69 voti. In seguito il sodalizio tra Battisti e Mogol si rivelò davvero fortunato grazie all’uscita di importantissimi album che nessun amante della musica italiana mai potrà dimenticare: 1969 “Lucio Battisti”, 1970 “Emozioni”, 1971 “Amore e non Amore”, 1972 “Il mio canto libero”, 1973 “Il nostro caro angelo”, 1974 “Anima latina”, 1978 “Una donna per amico” e 1980 “Una giornata uggiosa”.

Nel “Giardini di Mirò”

Dalla provincia emiliana cinque ragazzi sono riusciti a imporsi nel panorama italiano e ancor più forse in quello internazionale grazie alle sperimentazioni musicali di cui si sono fatti artefici. I Giardini di Mirò non sono una band di facile classificazione; le loro ispirazioni partono da un post rock alla Sonic Youth per abbracciare influenze minimaliste ed elettroniche, in cui le tastiere vengono sapientemente armonizzate con violini e richiami di musica colta.

©panthermedia.net/ronen

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Chi scrive rimase incantato dall’ipnotica Malmoe (My Supreme Idea of Love) dal testo eccezionale, che faceva parte dell’album del 2002 “The Soft Touch”. Il loro esordio fu però nel 1998 e la consacrazione arrivò nel 2001 con “Rise and Fall of Academic Drifting”. Nel 2003 diedero alle stampe l’album “Punk…not diet!”, seguito nel 2006 da “North Atlantic Treaty Of Love”, nel 2007 da “Dividing Opinions”, nel 2009 da “Il Fuoco” e nel 2012 da “Good Luck”.

Esplicite sono le influenze di certa musica anglosassone, tipica dell’indie rock, arricchita da elementi psichedelici, post punk, noise. Ogni disco dei Giardini di Mirò è un viaggio nell’esplorazione di se stessi e del mondo che ci circonda; intimista o fragoroso il percorso parte e si conclude nelle note del gruppo. Musica ricercata, perché mai affidata alle melodie trascinanti da hit parade, mai svenduta a logiche commerciali, e che grazie a quest’attitudine ha saputo ritagliarsi un posto d’onore tra le band di sperimentazione più interessanti.

Il gruppo è formato da Jukka Reverberi alla chitarra e voce, Corrado Nuccini chitarra e voce, Luca Di Mira alle tastiere, Mirko Venturelli al basso, clarino e sax, Emanuele Reverberi al violino e alla tromba, Andrea Mancin alla batteria. Un doveroso omaggio a una band che incarna alla perfezione la passione per la musica, la volontà di suonare insieme e la creatività di menti e anime che portano alto il concetto stesso di musica.

Litfiba: pirati del rock

Ripercorrere le tappe di una delle band italiane simbolo del rock più sanguigno e onesto non è semplice se si parla dei Litfiba. Il gruppo fiorentino infatti si forma nel 1980 e nel corso della sua carriera conosce momenti molto vari tra di loro, sia da un punto di vista stilistico e musicale, che da quello della formazione. Aldilà delle nuove fasi musicali intraprese dal gruppo, della carriera da solista del frontman Piero Pelù e della recente reunion con Ghigo Renzulli, vogliamo concentrare la nostra attenzione sulla carica innovativa che caratterizzò i primi Litfiba, quelli cioè che crearono un nuovo modo di fare musica in Italia, contribuendo non poco alla diffusione di una sensibilità e di un’attitudine rock che esplodeva in tutta la sua energia.

©panthermedia.net/Andreas Gradin

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La formazione originaria con Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Gianni Maroccolo, Antonio Aiazzi e Francesco Calamai non solo entusiasmò i giovani dell’epoca, ma raggiunse anche buoni risultati di vendita con dischi che, di melodia all’italiana avevano ben poco. La rabbia, l’energia, la poetica di Piero trovano in album come Desaparecido del 1985, 17 Re del 1987, Litfiba 3 nel 1988, Pirata nel 1989 una valvola di sfogo eccezionale, spaziando da generi diversi tra loro e coniugandoli in un quadro d’insieme onnicomprensivo e d’impatto. Le atmosfere orientali di “Istanbul”, quelle sognanti di “Pierrot e la Luna”, l’intimismo di “Pioggia di luce”, la rabbia di “Dio” sono solo alcuni degli esempi di brani che hanno cambiato il modo di fare musica in Italia. Una wave rock mediterranea è stata definita la musica dei Litfiba, perché contamina gli stilemi del rock anni Settanta con ispirazioni diverse, lontane.

Aldilà di qualsiasi definizione che inevitabilmente tende a catalogare un qualcosa fatto di emozioni, suoni, creatività il contributo dei Litfiba è stato decisivo e originale, capace di anticipare mode e tendenze in una ricerca musicale ancora oggi estremamente attuale.

Franco Battiato

Quando si parla di Artista inteso come anima sensibile, capace di esprimere in forme diverse emozioni, premonizioni, visioni non è facile trovare nel panorama attuale personalità capaci di rispondere appieno a questa descrizione. Troppo schiavi delle logiche commerciali e più attaccati al concetto effimero di successo, che attratti dal percorso doloroso dell’analisi artistica. Se oggi sono cambiate le modalità per raggiungere il grande pubblico è pur vero che ciò che rimane centrale è l’originalità della creazione artistica, la sperimentazione intorno e su di essa.

©panthermedia.net/Ingrid Walter

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Franco Battiato coniuga un sapere ancestrale, lontano, sofista con le avanguardie che i tempi da lui attraversati hanno portato con se. Proposte sempre originali le sue, che hanno saputo reinventarsi nel tempo, raccontando un qualcosa di sempre nuovo e terribilmente profetico. L’artista catanese, schivo interprete della realtà che lo circonda, vive lontano dai riflettori nella sua villa alle pendici dell’Etna, coltivando quegli interessi, quelle letture, quelle ricerche per cogliere l’essenza delle cose. Trasversalmente nei diversi generi artistici Battiato si cimenta nella musica, così come nel cinema e nella pittura, riuscendo a regalare sempre una visione puntuale, particolare della realtà o della sua interpretazione. Anche la sua passione per la musica non conosce limiti o costrizioni, spazia infatti dalla musica pop alla classica padroneggiando il loro linguaggio. Da regista ha vinto nel 2004 il Nastro d’Argento come miglior regista italiano esordiente con il film Perduto Amor.

Da menzionare è la proficua collaborazione che Battiato ha portato avanti con il filosofo siciliano Manlio Sgalambro, altra personalità di spicco nel panorama intellettuale odierno. La grandezza della loro collaborazione non ha bisogno di spiegazioni; provate ad ascoltare “Invito al viaggio”.

Lucio Dalla 1988-2012

Nel giugno 1988 venne inciso il disco Dalla/Morandi, un album con 15 brani, che conteneva vecchi successi dei due amici e brani inediti scritti da Mogol, Mario Lavezzi, Battiato, Stadio e Ron.

© jazzia - Fotolia

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Con la canzone di lancio “Vita” l’album ebbe un enorme successo con più di un milione di copie vendute. Un anno dopo ci fu una nuova collaborazione con Morandi incidendo l’album “Varietà”. Cinque dei brani del nuovo album furono composti da Dalla, tra cui “Bella signora”. Un anno dopo uscì “Cambio”, il titolo volle dare un segnale ben preciso, quello di un cambiamento, di un “corso nuovo”. Il disco, trainato soprattutto dal singolo “Attenti al lupo”, ebbe quasi 1,5 milioni di copie vendute risultando così uno degli album di maggiore successo di sempre in Italia. Ma Dalla non si fermò e continuò incessantemente ad inseguire la sua passione e a creare nuove melodie alla costante ricerca di nuovi spunti e nuove strade.

Nel 1996 lanciò “Canzoni”, album che denotò la definitiva svolta pop del cantautore. Grazie soprattutto alle canzoni contenenti nel disco tra cui “Canzone”, “Ayrton” e “Tu non mi basti mai” il disco conquistò nuovamente il pubblico vendendo 1,3 milioni di copie. Il nuovo millennio si aprì poi con l’uscita dell’album “Luna Matana”. All’inizio del 2010 arrivò un’inaspettata notizia, la nuova collaborazione con Francesco De Gregori nuovamente insieme sul palco, che conquistò la prima pagina di molti quotidiani. In seguito al successo riscontrato, Dalla e De Gregori annunciarono altre due date di concerto, una a Roma e una a Milano. Dopo oltre trent’anni il mitico duo tornò così ad esibirsi insieme conquistando il cuore del grande pubblico. Le ultime esibizioni del celebre cantautore bolognese si tennero il 7 febbraio 2012 ad Apricena, l’8 febbraio al teatro del Fuoco a Foggia ed il 10 febbraio al Teatro Petruzzelli di Bari con lo spettacolo tour teatrale “Il bene mio”.
Dalla muore infine, dopo cinquant’anni di musica, il 1 marzo all’hotel Ritz di Montreux in Svizzera, dove qualche giorno prima aveva iniziato la sua nuova tournèe.

Lucio Dalla 1963-1988

Il mondo della musica ha recentemente perso un cantautore eccezionale, che per il nostro Paese altro è stato che un semplice cantante.

© jazzia - Fotolia

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I suoi brani di ampio respiro artistico sono entrati a far parte della memoria collettiva degli italiani regalando momenti emozionanti ed indimenticabili. Il musicista di formazione jazz é stato uno dei più importanti e innovativi cantautori della musica italiana di sempre. La sua ricerca costante di nuovi orizzonti e stimoli lo ha portato a creare della musica e dei testi rivoluzionari ed eccezionali e a incontrare molti artisti di fama sia nazionale che internazionale duettando con loro. Dalla era un uomo molto curioso, che mai si è accontentato di ciò che conosceva. Ciò lo costringeva a non adagiarsi mai e ad esplorare sempre nuove strade e possibilità.
Nato a Bologna il 4 marzo 1963 e di origini pugliesi, Lucio Dalla incise a 21 anni il suo primo 45 giri, mentre nel 1964 esordì al “Cantagiro” con una canzone scritta appositamente per il giovane cantautore da Gino Paoli. Nel 1967 poi partecipò al Festival di Sanremo, nell’edizione in cui morì Luigi Tenco, con il brano “Bisogna saper perdere”. Poi 4 anni dopo Dalla partecipò nuovamente al Festival con il brano “4/3/1943” conquistando il terzo posto. Nel 1972 poi riscosse un grandissimo successo con la canzona entrata a far parte della memoria collettiva di tutti gli italiani “Piazza Grande”. Lucio Dalla iniziò in seguito nel 1973 a collaborare per 4 anni con Roberto Rovisi, un poeta bolognese. Le canzoni più belle del celebre cantautore risalgono a questo periodo. Nel 1975 inizia la collaborazione con Francesco De Gregori, tra i brani più famosi “Ma come fanno i marinai”, che conquistò il pubblico italiano. Nel 1988 nacque poi il duo “Dalla/Morandi”.